Tutta questione di…marketing

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Oggi parliamo di alimenti, psicologia, false credenze e di come la pubblicità ci condizioni nei nostri acquisti. Premetto che saranno delle informazioni leggere e per quanto possibile neutre, per incuriosirvi e lasciare a voi il compito di indagare più approfonditamente sull’argomento. In particolare vedremo come alcuni alimenti vengano venduti non con il loro nome, come si potrebbe pensare, ma con il marchio della ditta produttrice.

Iniziamo a parlare di grano, tutti noi abbiamo sentito parlare del kamut: ebbene questo nome in realtà è un marchio registrato per vendere il grano khorasan. Per vedere se è vero quello che dico basta semplicemente guardare il logo che appare sulla confezione di qualsiasi prodotto a base di questo grano: si troverà scritto in grande kamut con la tipica®, che certifica la registrazione del marchio e appena sotto una scritta in piccolo khorasan, reale denominazione del cereale, come mostrato nella figura qui in basso.

Un esempio di logo

Con questa spiegazione non voglio dire che il khorasan sia un prodotto scadente, anzi è un buon prodotto, un grano duro biologico, ma vorrei solo svelarvi come sia venduto in modo geniale, nel pieno rispetto delle regole del marketing. La maggior parte di noi è infatti convinta di comprare del pane al kamut, molto più costoso del grano “normale” e con non meglio precisate caratteristiche virtuose. Il khorasan kamut è coltivato negli Stati Uniti ed in Canada, luogo di origine dell’azienda che ne controlla la commercializzazione, e può essere importato e lavorato solo da aziende autorizzate dalla casa madre. Il tutto con un notevole costo economico ed ambientale.

Io, se dovessi scegliere o consigliarvi sull’acquisto, preferirei un grano italiano come il “senatore cappelli”, che sembra dal nome un marchio, ma in realtà è il nome del cultivar ed è un’eccellenza italiana coltivata prevalentemente in Puglia; oppure vi orienterei verso la Timilia, altro grano italiano coltivato prevalentemente in Sicilia.

Un altro alimento che si consuma sulle nostre tavole che si crede abbia delle proprietà eccelse è il sale dell’Himalaya. Guardiamo sul retro della confezione e vediamo che la provenienza è una regione del Pakistan a 300 km dalla catena montuosa dell’Himalaya: incominciamo bene.

Il famoso sale rosa dell’Himalaya – Photo by Christina Rumpf on Unsplash

In Italia ci sono delle regole ben precise per ottenere la denominazione di sale: per essere venduto come tale deve avere una percentuale minima di cloruro di sodio del 97 %, mentre il rimanente 3% può essere costituito da piccole impurità di altra natura, proprio come l’ossido di ferro, detto volgarmente ruggine, che dà il caratteristico colore rosa al sale. Questa percentuale insignificante non comporta grandi o piccoli benefici al nostro organismo: per avere qualche risultato fisiologico dovremmo consumarne in grandi quantità e a quel punto sarebbe il sale che danneggerebbe il nostro corpo, visto che l’OMS consiglia di limitare il consumo di sale al massimo a 5g al giorno.

L’unico sale che mi sento di consigliarvi, e che fa bene, è quello iodato: anche se presente in minima parte infatti lo iodio contribuisce al funzionamento della tiroide, sempre consumato con moderazione perché come anticipato il sale fa male se assunto in eccesso.

Molte delle informazioni che vi ho scritto, le ho apprese non solo naturalmente dalle etichette, facilmente accessibili a tutti noi, ma anche dal lavoro di altri ricercatori ed esperti: se volete approfondire vi consiglio alcuni video liberamente disponibili su YouTube, realizzati da Dario Bressanini, un divulgatore scientifico che stimo, che spiega in modo semplice ed efficace la scienza nell’alimentazione.

Con questo concludo il primo articolo su questa tematica,che spero possa avervi incuriosito ed in cui spero di essere stato sufficientemente chiaro. Se avete domande, dubbi o argomenti che vi possono appassionare sull’alimentazione, scrivete pure nei commenti.

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