Dentro e fuori il setting: concettualizzare la musica per dare un senso alla pratica.

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Nel suo libro “Music Therapy: Improvisation, Communication and Culture“, Even Ruud sostiene che i musicoterapisti scelgono una particolare concettualizzazione della musica in musicoterapia per attribuire alla musica stessa una certa funzione o per giustificare una certa pratica. La concettualizzazione musicale scelta ha lo scopo di supportare la natura del modello musicoterapico adottato, in particolare quando esso è basato su cornici teoriche non musicali, come ad esempio la teoria psicodinamica, la teoria comportamentale o il modello medico (1998:81).

Sebbene una parte del discorso musicoterapico abbia propeso per pensare alla musica come una forma di guarigione, le prospettive contemporanee argomentano contro l’idea che la musica abbia qualità essenziali che trascendono il contesto: piuttosto che promuovere l’idea che la musica contenga proprietà curative, c’è consenso intorno all’idea che le persone creino il valore della musica attraverso il modo in cui si impegnano con essa.

È possibile sostenere che in musicoterapia la musica rappresenti sia il mezzo di intervento che l’area funzionale di intervento per promuovere processi di cambiamento nell’utente: in questa visione di superamento della dicotomia “musica come mezzo” vs “musica come obiettivo”, i musicoterapisti lavorano per promuovere la musica. Senza la connessione primaria con la musica, in musicoterapia non seguiranno i benefici secondari nelle aree di funzionamento non musicali.  Come osservano Even Rudd (2020:41-50) e Kenneth Aigen (2013:63-74), la questione che consegue è relativa alla continuità dell’uso della musica nel contesto clinico con i suoi usi in ambiti non clinici, in particolare nella vita di tutti i giorni. 

La visione che privilegia la continuità è tipicamente presente nei musicoterapisti con focus primario sulla musica e supporta la concezione che i benefici dell’esperienza musicale si giustifichino da soli, in quanto la musica arricchisce la vita umana in modo unico e necessario. Sostenendo che gli usi della musica sono continui dentro e fuori al contesto clinico, le teorie di interi domini musicali non clinici (come la musicologia, l’etnomusicologia, la psicologia della musica e la sociologia della musica) divengono disponibili e contribuiscono a definire la cornice teorica di traduzione dell’esperienza musicale nella terapia.

Questa visione di continuità suggerisce anche che la logica per fornire esperienze musicali a coloro che hanno disabilità non debba essere basata o limitata alla correzione di tali disabilità. Accettare questa continuità significa piuttosto che la musica fornisce a queste persone con disabilità le stesse cose che fornisce agli altri, che si basa sulle stesse motivazioni. Con questa visione coesiste anche una prospettiva opposta secondo la quale non c’è continuità dell’uso della musica dentro e fuori il contesto clinico: la musica in musicoterapia sarebbe cioè specializzata in ciò che offre, in forza di una sua concezione di mezzo per  il raggiungimento di fini non musicali che sostengono processi di cambiamento. Aigen osserva che il modo in cui diversi teorici della musicoterapia affrontano questa questione fornirebbe uno dei contrasti più netti nella teoria della musicoterapia (2013:62).

Bibliografia essenziale:

Aigen Kenneth S. (2013), The study of music therapy. Current issues and concepts, Routledge, Taylor and Francis Group, New York

DeNora Tia (2007), “Health and music in everyday life – a theory of practice”, in Psyke & Logos “Musik og psykologi” 28(1), 271-287

DeNora Tia, Ansdell Gary (2014), “What can’t music do?” in Psychology of Well-Being: Theory, Research and Practice, vol. 4, n° 23

Caneva P. A., Mattiello S. (2018), Community music therapy. Itinerari, principi e pratiche per un’altra musicoterapia, Franco Angeli Editore, Milano

Ruud Even (1998), Music Therapy: Improvisation, Communication, and Culture, Barcellona Publishers, Dallas, pag. 81

Ruud Even (2020), Toward a Sociology of Music Therapy: Musicking as a Cultural Immunogen, Barcellona Publishers, Dallas

Valeria Conte

Valeria Conte nasce a Marostica (Vi) nel 1979. Presso l’Ateneo Patavino studia scienze statistiche demografiche e sociali. All’Università di Bologna approfondisce gli studi di valutazione in ambito socio-sanitario e sociologia della salute. È valutatrice e facilitatrice in ambito socio-sanitario ai sensi della L.R. 22/2002 della Regione Veneto. Ha curato l’organizzazione di eventi culturali e di promozione del territorio, nonché partecipato con proprie opere a mostre personali e collettive. Ha esperienza ventennale nel settore della cooperazione sociale. Si interessa in particolare di musicoterapia e degli aspetti sociali della musica. Ama scrivere, cantare e preparare lo zaino per affrontare lunghe escursioni in montagna e viaggi improvvisati.

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