Definire la musica in musicoterapia: una questione d’identità.

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Premesso che la musica arricchisce la vita umana in un modo unico e necessario, la musicoterapia può essere giustificata da un focus musicale primario, cioè sulla base del fatto che i musicoterapisti sono in grado di costruire insieme all’utente una esperienza musicale saliente che si adatta a situazioni di malattia, disagio o emarginazione? Oppure, la giustificazione per la musicoterapia si basa sul raggiungimento di obiettivi funzionali in aree non musicali? In musicoterapia, i cambiamenti in aree non musicali sono da considerarsi obiettivi primari o sono conseguenze secondarie di un focus musicale primario? A queste domande non è stata data una risposta univoca.


Come sostenuto da vari autori, la musica in musicoterapia si riferisce più ai mezzi della pratica che ai fini. Tali autori ritengono quindi che la musica rappresenti il mezzo di intervento piuttosto che l’obiettivo di cambiamento. Tuttavia l’idea della musicoterapia (e della musica in musicoterapia) può essere distorta o rappresentata restrittivamente da alcuni studiosi che, sulla base della propria esperienza o in forza di una più generale fedeltà concettuale , generalizzano aspetti del loro particolare approccio clinico e contesto di lavoro. Si delinea quindi una questione di identità professionale (il “dilemma dell’unicità” come definito da Carolyn Kenny): come essere abbastanza originali da distinguerci dagli altri professionisti per offrire qualcosa di unico ai propri utenti, ma anche sufficientemente simili così da poter lavorare nelle medesime strutture? La questione identitaria porta anche la seguente istanza: la musicoterapia è una professione e disciplina musicale o una professione e disciplina dei servizi sanitari? O anche, il musicoterapista è un musicista o un operatore sanitario? La questione identitaria si esprime nella discrasia tra curriculum formativi prevalentemente dedicati al dominio musicale (i quali suggerirebbero quindi che la musicoterapia sia un tipo di studio musicale) e l’auto-rappresentazione delle Associazioni professionali che collocano chiaramente la musicoterapia al di fuori delle professioni musicali affermando che la musicoterapia è una professione in cui la musica viene utilizzata all’interno di una relazione terapeutica per affrontare il problema fisico, emotivo, i bisogni cognitivi e sociali degli individui. Questa situazione contraddittoria influenza l’auto-identità dei musicoterapisti, la quale a sua volta condiziona il modo in cui i musicoterapisti operano.


Coloro che si definiscono terapisti che usano la musica supportano la propria prassi con teorie che afferiscono a domini non musicali e fissano obiettivi in termini non musicali (quali ad esempio: aumentare l’autostima, sviluppare l’intuizione, facilitare l’espressione delle emozioni, migliorare la mobilità, ecc…). Il valore della musica è fondamentalmente diverso dal suo valore al di fuori della musicoterapia ed è apprezzabile nella misura in cui consente il raggiungimento di tali obiettivi non musicali. La pratica musicoterapica viene modellata dalla prassi di altre professioni (mediche, psicologiche, educative). In questa prospettiva, la musica viene concettualizzata come dispositivo proiettivo, rinforzo comportamentale, impegno motorio, impegno neurologico o catarsi emozionale. Questa prospettiva non è avulsa da implicazioni e riflessioni sociali, in quanto riconosce alla musicoterapia la capacità di fornire esperienze di communitas in forza di una sempre maggiore consapevolezza dell’importanza della comunità e dei contesti culturali nei sistemi di cura. D’altra parte, i musicoterapisti che si considerano terapisti che usano la musica sono caratterizzati dall’utilizzo di linguaggio e costrutti mutuati da altre discipline che li possono agevolare nel destreggiarsi con le incombenze burocratiche e nel rapporto con le altre figure professionali nel lavoro multidisciplinare d’equipe. Tuttavia può verificarsi una minimizzazione dell’importanza dell’abilità musicale con il conseguente rischio di impoverimento dell’esperienza musicale degli utenti. Un ulteriore rischio è l’instaurarsi del tradizionale ruolo asimmetrico terapista-paziente, dove l’incontro musicista-musicista non è considerato, intendendo con questo l’incontro del terapista con la parte prettamente creativa del paziente. Ci sono poi i musicoterapisti che si considerano musicisti che fanno terapia. Attingono da ambiti musicali quali teoria della musica, etnomusicologia, sociologia della musica ed utilizzano approcci quali la musicoterapia creativa di Nordoff-Robbins, la musicoterapia di comunità ed altri modelli centrati sulla musica. Gli obiettivi sono formulati in termini musicali (quali ad esempio: aumentare il range vocale, aumentare la mobilità a tempo, suonare in band o registrare o comporre). Il focus è far vivere all’utente una esperienza musicale di qualità che deve essere simile all’esperienza musicale del contesto non clinico. Il ruolo professionale è modellato su altri tipi di professioni musicali (compositore, insegnante di musica, band leader, ecc…). I musicisti che fanno terapia attingono da aspetti intrinsechi all’esperienza ed all’espressione musicale. In questa prospettiva è il contesto di supporto che definisce il processo come terapia piuttosto che qualsiasi aspetto specifico del percorso stesso, il quale è di per sé una esperienza musicale. Il focus musicoterapico è quindi il pieno uso terapeutico degli aspetti della pratica musicale, l’incontro musicista-musicista, nonché l’unione tra le aspirazioni musicali del cliente (ad esempio suonare uno strumento, formare una band o registrare) e gli obiettivi clinici.


Chiudo questo articolo con una ulteriore istanza della questione identitaria: come gli utenti vedono se stessi in musicoterapia? Un considerevole numero di persone partecipa alla musicoterapia per un desiderio primario di musica. Negli approcci che attingono ampiamente dalla teoria sociale, come la musicoterapia di comunità, un elemento costitutivo del percorso musicoterapico è la co-costruzione da parte di utente e musicoterapista della prospettiva della musica e del modello clinico adottati in musicoterapia.

Riferimenti bibliografici essenziali:

Aigen Kenneth S. (2014), The study of music therapy. Current issues and concepts, Routledge, Taylor and Francis Group, New York
Bruscia, Kenneth E. (2014), Defining music therapy (3rd ed.), University Park, Barcelona Publishers, New Braunfels (Texas).
Caneva P. A., Mattiello S. (2018), Community music therapy. Itinerari, principi e pratiche per un’altra musicoterapia, Franco Angeli Editore, Milano
Kenny Carolyn Bereznak (1996), The Dilemma of Uniqueness, Nordisk Tidsskrift for Musikkterapi, 5(2), pagg. 87-96
MacDonald Raynold A.R., Kreutz Gunter, Mitchell Laura (2012), Music Health & Wellbeing, Oxford University Press, 367-382
Ruud Even (1998), Music Therapy: Improvisation, Communication, and Culture, Barcellona Publishers, Dallas, pag. 81
Steele Megan Ellen (2016), How Can Music Build Community? Insight from Theories and Practice of Community Music Therapy, Voices, disponibile all’indirizzo https://voices.no/index.php/voices/article/view/2317/2072
Stige Brynjulf, Aarø Leif Edvard (2011), Invitation to community music therapy, Routledge, Taylor and Francis Group, New York

Valeria Conte

Valeria Conte nasce a Marostica (Vi) nel 1979. Presso l’Ateneo Patavino studia scienze statistiche demografiche e sociali. All’Università di Bologna approfondisce gli studi di valutazione in ambito socio-sanitario e sociologia della salute. È valutatrice e facilitatrice in ambito socio-sanitario ai sensi della L.R. 22/2002 della Regione Veneto. Ha curato l’organizzazione di eventi culturali e di promozione del territorio, nonché partecipato con proprie opere a mostre personali e collettive. Ha esperienza ventennale nel settore della cooperazione sociale. Si interessa in particolare di musicoterapia e degli aspetti sociali della musica. Ama scrivere, cantare e preparare lo zaino per affrontare lunghe escursioni in montagna e viaggi improvvisati.

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